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Troppo a Nord, il nuovo singolo di Protto che anticipa l'uscita del suo terzo Ep Primavera Atomica

di Maria Macchia

Un’esistenza che si sfalda, si sgretola, che va in frantumi: i cocci di stoviglie che campeggiano sulla copertina di Troppo a nord, il nuovo singolo di Protto, sono il correlativo oggettivo di una “rottura” con il proprio passato, alla ricerca di una nuova identità. Il cantautore torinese sembra infatti voler abbandonare l’autoironica e dissacrante immagine di sé con la quale si era affacciato alla scena musicale. Nei suoi precedenti lavori, gli EP Di cattivo busto (2018) e Dal Vangelo secondo round (2020), il sarcasmo, la satira e, a tratti, l’eccesso erano la lente attraverso la quale l’artista guardava all’assurdità del vivere; ricordiamo, inoltre, la sua funambolica interpretazione del pezzo Fossi ricco alla finale del concorso L’artista che non c’era, lo scorso anno, in linea con il personaggio poliedrico e beffardo che Nicolò (questo il suo nome all’anagrafe) incarnava.

Il brano uscito lo scorso 17 febbraio mostra invece una decisa virata in direzione di altri - e inospitali – lidi, quelli artici, a voler esplorare “in solitaria” le contraddizioni di una società dove sembrano imperare la freddezza e l’isolamento, in cui prevale l’incomunicabilità. “Mi trascino sopra un autobus dove le altre vite scorrono, si sfiorano e ripartono/E non capisco chi da cosa ormai si isoli se dal freddo o da sé” è l’amara constatazione dell’io lirico, che invano cerca riparo dal gelo che attanaglia la sua interiorità e si rannicchia “sotto il peso di mille coperte che non scaldano e prudono”. Le sonorità prescelte per veicolare questo senso di straniamento e di disillusione sono algide atmosfere elettroniche, in stile synthwave anni 80', con un arrangiamento pop dalle sfumature industrial. Anche il cantato perde le connotazioni istrioniche e brillanti del passato per farsi drammatico, quasi severo.

Molto significativo è il videoclip della canzone, dall'ambientazione quasi apocalittica ( visibile qui), che potrebbe collocarsi tanto in una cella frigorifera che in una stanza di manicomio: il biancore totale e la luce fredda e impietosa veicolano sensazioni di angoscia e paralisi. Innumerevoli piatti, anch’essi di colore bianco, si infrangono al suolo. E se in un’opera come “Mend Piece” di Yoko Ono, a cui queste immagini sembrano rimandare, i frammenti di ceramica possono, assemblati in forme inedite, rinascere a nuova vita, simboleggiando la ricostruzione del sé, qui restano avviluppati in un telo o ammucchiati per terra, in un cumulo di rifiuti che non lascia speranza. La pelle del protagonista, poi, si desquama, a voler alludere allo sfaldarsi delle proprie certezze ma anche alla volontà di cambiamento, e pur se il testo della canzone e il volto dell’interprete, quasi inespressivo, non lasciano presagire una via d’uscita, si intravede un elemento catartico. Appaiono, infatti, in rapidi flash, alcuni pezzi di carta assemblati con un legante dorato. Riparare il vasellame in questo modo è proprio della tradizione nipponica del “kintsugi”, tecnica che permette di considerare la rottura come parte importante della storia di un oggetto, piuttosto che cercare di mascherarla. Simbolicamente, quindi, da una frattura (o da una profonda ferita dell’anima) può nascere una perfezione ancora maggiore: che sia questo il messaggio nascosto tra le righe del brano? Di ritorno dal suo metaforico viaggio verso l’estremo nord, forse Protto avrà qualcosa da rivelarci in proposito.

E proprio all’immaginario giapponese fa riferimento il terzo EP del cantautore, Primavera atomica, un concept album che si annuncia come schiettamente autobiografico. Il disco verrà presentato il 18 marzo al Magazzino sul Po di Torino con la proiezione in anteprima dei video dei brani Hiroshima e Nagasaki. Restiamo in attesa, dunque, del “nuovo corso” di un artista che non manca mai di sorprendere ad ogni sua nuova uscita.

Video, artwork e foto a cura di LOH Photography

 

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